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SINTESI DEL SEMINARIO DI AVVIAMENTO ALLA PROFESSIONE DI COUNSELOR  

 

Sabato 24 Luglio pomeriggio dalle 15,00 alle 19,00

Domenica 25 Luglio mattina dalle 9,00 alle 13,00

Castello della Rancia – Tolentino (MC)

 

Con la collaborazione di:

Federazione Associazioni Italiane di Piscoterapia, Comune di Tolentino, Associazione Counselor Professionisti, Libera Università del Counseling

 

I temi che contraddistinguevano il seminario sono stati articolati in 1) area professionale, 2) area deontologica, 3) area sociale, 4) area commerciale. I gruppi di lavoro, condotti da Carlo Gibello, Daniela Troiani, Emilia Scotto, Giuseppe Mammana, Adriano Andriolli, Carla Pagliari, Emanuela Mazzoni, Arianna Garrone, Lorenzo Barbagli, Loris Adauto Muner, Manuela Naccari, Francesco Saviano, Sergio Siccardi, Vincenzo Masini, hanno esplorato le caratteristiche pratiche inerenti lo svolgimento concreto della attività professionale muovendosi a partire dalle seguenti aree:

area professionale

area deontologica

area sociale

area commerciale

 

Al termine della sintesi è presentata una breve riflessione  sulla Libera Università del Counseling

 

 

area professionale

         L’innovazione che il counseling presenta rispetto alla psicoterapia sta nel fatto che il counselor non si propone nessuna forma di cura della psiche del suo cliente, ma si pone il problema della posizione relazionale da assumere nei confronti di quel cliente. Egli si chiede se quel cliente va sostenuto, va incoraggiato, va fatto riflettere, va messo in discussione, va coinvolto affinché esprima emozioni represse. E’ la specifica posizione relazionale nei confronti dell’infelicità del cliente che modifica il nucleo problematico delle delusioni, dei lutti o degli abbandoni, o dei sensi di colpa che lo rendono infelice.

         Anche il termine infelicità che sostituisce la diagnosi di depressione, rivela un atteggiamento del counselor che si fa egli stesso speranza di miglioramento della vita del cliente, si fa affettività compassionevole per come è possibile nella intimità della relazione di aiuto e che trasmette le proprietà magnetiche di una calamita come solo la fiducia può essere nell’attirare coincidenze positive e perdono.

         La prima immagine che il counselor dà di sé e della propria professione passa da ciò che si dice della professione e del professionista. Come presenti la tua professione? Cosa dici? Usi la definizione di counseling? Definisci la tua professione per differenza con le altre o ti impegni a spiegare i contenuti del counseling?

         Definire la professione per contenuti: è preferibile solitamente definire la professione per contenuti, poiché dire “ciò che si fa” incuriosisce e fa riflettere l’altro sul servizio che offri. Se l’altro riflette sul servizio che offri può pensare di averne bisogno o che qualcuno che conosce può averne bisogno e domandarti il recapito.

         Vocabolario e terminologia tecnica semplice e concreta: Le parole usate debbono toccare l’altro

         Basso profilo: non mettere in imbarazzo, non usare il potere, non far sentire in colpa, non guardare dall’alto verso il basso, non autodefinirsi troppo, ma non essere sciatto o insignificante.

         Non ti lamentare, ma racconta la fatica che fai come fosse una vanteria

         Vestirsi dignitosamente con un particolare che sorprende (o fuori-posto), non essere mai del tutto a posto e scontato

         L’accoglienza e la presentazione. L’impatto con il cliente nei primi 10 secondi. Gestire il tempo con professionalità, ad es.: non farsi bruciare tutto il lavoro svolto sulla soglia della porta alla fine dell’incontro.

         Dolore. Il cliente è una persona con un’infelicità a cui va la nostra accettazione incondizionata.

 

area deontologica

         La strada della costruzione della propria identità professionale, è un percorso che inizia fin dall’ingresso del counselor nella scuola di formazione. Il periodo di formazione è infatti, il periodo più importante per sperimentare la propria immagine professionale e per gettarne le fondamenta.

         Il passaggio da counselor in formazione a counselor professionista, avviene formalmente con il diploma, ma sostanzialmente nel momento in cui, per la società, per i propri amici e per se stessi si è riusciti a imboccare la strada per essere visti come counselor professionisti.  Da lì inizia la costruzione del proprio lavoro e della propria immagine.

Il riconoscimento della professione

         Il counselor è tenuto a conoscere l’ambito legislativo e il quadro di riconoscimento della professione del proprio paese.

         Il counselor  è tenuto a far rispettare al cliente i tempi, gli spazi e i modi (l’appuntamento, il pagamento e la durata) dell’intervento di counseling. Come capire che quel cliente non fa per te

         La deontologia è semplice e concreta (codice deontologico con le linee guida essenziali, ma anche esaustive di una condotta pratica)

         Il counselor è tenuto a conoscere l’ambito legislativo e il quadro di riconoscimento della professione del proprio paese.

         Counseling on line. gestione e memorizzazione password (Evitare i sistemi di memorizzazione proposti sul web per costruire password). Web (cosa c’è scritto sul web di me e cosa voglio aggiungere per modificare o costruire la mia identità professionale sul web).

 

area sociale

         Individua sempre almeno due posizioni da prendere e non irrigidirti su un solo atteggiamento

         Privilegio del privato (contratto a progetto, P. IVA, associazionismo, indipendenza)

         Il counselor basa la propria professione partendo dai bisogni dei propri clienti o del proprio territorio.

         Rete con altri professionisti: medici, psichiatri, counselor, psicologi, assistenti sociali, insegnanti; strutture pubbliche e private: province, ospedali, scuole, prefetture ecc). Il counseling si connota come una professione per le professioni, una professione al servizio delle professioni, ad esse ancillare.

         Come si propone un progetto? Come si fa a far accettare il proprio progetto? Cosa sono i bandi e come si fa a compilare un bando per avere finanziamenti.

         Il counselor basa la propria professione partendo dai bisogni dei propri clienti o del proprio territorio.

         Tipo di counseling offerto. Identità professionale di counselor in connessione con altre identità professionali

 

area commerciale

         In termini pratici, il counselor si differenzia dello psicoterapeuta utilizzando una metodologia d’intervento che configura un’identità professionale a sé stante.

Breve, a cicli, ripetibili scanditi e/o dai tempi dell’anno e dalle fasi e circostanze della vita del cliente. In modo che non generi né dipendenze né abbandoni.

         La presa in carico del cliente non cessa. I clienti possono ritornare anche dopo molti anni, per problemi diversi. Il cliente può riattivare la relazione quando vuole.

         Pluralità di modalità di contatto, non solo e semplicemente le tradizionali sedute (sms, cena a casa, passeggiate, mail, incontro volante, gruppi d’incontro, incontro seminariale, colloquio al termine di conferenze, conferenze,…)

         Evitare la gestione di pseudo cartelle cliniche ma tenere appunti narrativi sulla storia di vita del cliente (usare pseudonimi e nomi di battesimo, invece che cognomi, storie di vita autobiografia).

         Il setting è la relazione medesima. Non per forza nello studio (in ogni caso come deve essere  lo studio?). Qualsiasi luogo può andar bene ma non un luogo qualsiasi. La necessità di uno spazio e di un tempo protetto.

         Economia: Finalizzata allo scopo. Basso costo (l’insieme del molto poco, fa il molto)

         Come si fa a farsi pagare

         Clienti: Un amico può diventare cliente se individui la posizione in cui metterti. Il counselor in un gruppo sceglie sempre la posizione in cui può massimizzare le relazioni (a tavola mai a capo-tavola, ma nel centro del lato lungo, per riuscire a relazionarsi con il maggior numero di persone possibile).

         Fiscalità e amministrazione. Si può fare a meno del commercialista?

 

I RELATORI ED I CONTENUTI DELLA DISCUSSIONE 

 

Carlo Gibello, Nicola Sensale - Essere counselor

Counselor, Direttore della Scuola di Counseling CorpoAnima. Mi occupo di progetti di crescita personale a Torino, di formazione per helpers ed operatori nel campo della relazione d'aiuto. Consigliere membro del Consiglio nazionale dell’Associazione Counselor Professionisti.

Al termine del 2° anno di formazione, abbiamo chiesto agli studenti della nostra Scuola di preparare una relazione sul counseling, al fine di verificare la loro conoscenza dell'argomento.

Il risultato è stato per noi sorprendente: i nostri tredici allievi dimostravano di avere già una discreta idea di che cosa si trattava ma, cosa più interessante, erano in grado di descrivere taluni aspetti di tale professione in maniera dettagliata, impiegando costruzioni linguistiche e metafore che facevano pensare ad un processo di interiorizzazione della definizione stessa di counselor.

Ripensandoci, in questi ventiquattro mesi di insegnamento e lavoro esperienziale alla preparazione della figura professionale del counselor, è stata costante preoccupazione della nostra Scuola (e fonte di discussione con molti colleghi), comprendere che cosa potesse essere per noi il counseling. In altre parole, oltre a quello che Carl Rogers e Rollo May hanno scritto e oltre alle definizioni che oggi circolano o su cui le varie associazioni tentano di mettersi d'accordo, a noi interessava capire che cosa la nostra Scuola intendesse per counseling e counselor e che cosa di conseguenza trasmettere didatticamente agli studenti.

Che cosa intendiamo noi per counseling, cosa significa Essere Counselor, lo hanno raccontato i nostri studenti e pertanto il lavoro che qui presentiamo altro non è che la nostra idea di tale professione, così come l’abbiamo insegnata e come risuona attraverso le parole che loro stessi hanno usato. 

Volevamo essere presenti a Tolentino per portare il nostro contributo come, Scuola di Torino a questo progetto di definizione e costruzione della professione di counseling che insieme  stiamo stanno portando avanti con grande impegno e tenacia. Questo è stato il nostro modo di farlo.

 

Daniela Troiani - Il colloquio di counseling

Psicologa, Formatrice e Counselor, Trainer. E’ docente presso la scuola di Counseling PREPOS e svolge la sua attività professionale privata a Roma. E’ esperta anche di problematiche professionali (stress, burn-out, mobbing ecc.) e di somatizzazioni e collabora dal 2000 con il Servizio Paraplegici di Ostia.

L’incontro che avviene nel colloquio di Counseling è sempre un incontro magico, un incontro con l’anima, con l’intimità dell’altro.

Nel primo colloquio si cerca di circoscrivere il disagio. Per far ciò, è necessario saper individuare, in brevissimo tempo e aiutati da strumenti di indagine, di comprendere la tipologia di personalità, i bisogni impliciti e le risorse personali e ambientali, su cui si può fare affidamento.

Il secondo colloquio si avvia con l’esame del monitoraggio e delle riflessioni fatte dal cliente e dovrebbe concludersi con la proposta di una modifica da apportare al comportamento che crea disagio.

La capacità di fare silenzio di fronte all’altro viene considerata da chi scrive la prima tecnica da applicare nel colloquio. La seconda è l’ascolto empatico, non neutrale o distaccato.

Nel colloquio di Counseling la comunicazione può trasformarsi da simbolica e narrativa a dinamica, solo attraverso l’ascolto attivo ed empatico, che, inducendo una modificazione emozionale, può costituire un imprinting per nuove modalità relazionali.

Nel colloquio si avvia un processo che continua e deve continuare nella vita quotidiana del cliente.

 

Emilia Scotto - L'immagine professionale

Teologa, Pedagogista e Counselor, Trainer, è fondatrice del progetto Prevenire è Possibile. Docente presso la Scuola di Counseling Transteorica di PREPOS, è formatrice nei corsi per insegnanti e operatori sociali, esperta nella gestione di case famiglia e comunità.

Se partiamo dal fatto che ognuno di noi è un’ essere umano che  diventa persona nella relazione con l’altro e sviluppa la sua identità biologica attraverso le occasioni a lui proposte dagli incontri con le persone essenziali nel corso della sua vita, l’immagine professionale di un counselor può favorire lo sviluppo dell’umanità del cliente.

Il counselor è persona che ha lavorato su di sé, si è raccontato la propria vita alla luce delle scelte sbagliate e dei risultati ottenuti, ha posto se stesso in una fase di cambiamento e di miglioramento della propria vita , pronto ad essere non un dispensatore di risposte risolutive ma  un perno, un gancio da cui partono più corde a seconda delle diverse necessità.

Per un counselor è importante :

-          curare il modo di parlare,sapendo modulare la propria voce  e ponendo attenzione alle parole proprie e a quelle che l’altro usa per parlare di sé ;

-          aver cura del proprio aspetto compreso l’abbigliamento, sobrio, naturale, elegante o casual  ma  rispecchiante la persona per quello che è e non per quello che vuol apparire e soprattutto non dipendente dalle mode del momento; 

-          cercare di non dare troppo importanza ai successi ma fortificarsi per vivere i momenti più difficili o le situazioni più critiche, trasmettendo i valori per cui si è lottato ed i risultati raggiunti avendo fiducia  in sé stessi, negli altri, e nel mondo. L’autorealizzazione da tutti desiderata come elemento fondamentale della propria vita è la valorizzazione delle proprie risorse che coinvolgono l’intera persona non solo nel proprio aspetto fisico e mentale ma in quello emozionale  e spirituale che altro non è che l’umano. 

La caratteristica dell’umano è quella di essere “in relazione con”: con altri umani ma anche con gli altri esseri viventi, con l’ambiente e con il cosmo ed anche con Dio.

La relazione è il primo atto dell’umano che diventa persona nel momento in cui non risponde più semplicemente allo stimolo dinamico, all’atto simbolico, all’emozionalità dell’altro ma ne prende coscienza, lo condivide e lo trasforma in sentimento.

Il counselor è persona che ha lavorato su di sé, si è raccontato la propria vita alla luce delle scelte sbagliate e dei risultati ottenuti, ha posto se stesso in una fase di cambiamento e di miglioramento della propria vita, pronto ad essere non un dispensatore di risposte risolutive ma  un perno, un gancio da cui partono più corde a seconda delle diverse necessità.

Per un counselor è importante: curare il modo di parlare, sapendo modulare la propria voce  e ponendo attenzione alle parole proprie e a quelle che l’altro usa per parlare di sé; aver cura del proprio aspetto compreso l’abbigliamento, sobrio, naturale, elegante o casual  ma  rispecchiante la persona per quello che è e non per quello che vuol apparire e soprattutto non dipendente dalle mode del momento;  cercare di non dare troppo importanza ai successi ma fortificarsi per vivere i momenti più difficili o le situazioni più critiche, trasmettendo i valori per cui si è lottato ed i risultati raggiunti avendo fiducia  in sé stessi , negli altri, e nel mondo. 

L’autorealizzazione da tutti desiderata  come elemento fondamentale della propria vita è la valorizzazione delle proprie risorse che coinvolgono l’intera persona non solo nel proprio aspetto fisico e mentale ma in quello emozionale  e spirituale che altro non è che l’umano. 

 

Giuseppe Mammana - Counseling e rapporto con Medici e Psichiatri

Counselor e Psichiatra. Direttore della Sez. Dipartimentale di Foggia e Lucera Dipartimento Dipendenze Patologiche, Direttore della rivista S & P SALUTE E PREVENZIONE edizioni Franco Angeli, Rassegna italiana delle tossicodipendenze. Docente di “Psicologia del  Benessere Organizzativo” presso l’Università degli Studi di Foggia. Direttore della Scuola di Counseling “Crescere”.

 

Il problema centrale che le figure nuove professionali devono far percepire la loro utilità nel campo medico e psichiatrico.

Si tratta di figure professionali, che devono cooperare sia nell’ambito della medicina somatica che psichica: ad esempio c’è differenza tra un infermerie, un educatore ecc che sia anche counselor (soprattutto), altro è trovare figure che pensano di poter procedere autarchicamente nel campo della salute.

Oggi il medico non può essere autarchico, altrettanto lo psicologo, figuriamoci il counselor. Quindi è necessario pensare al counselor in questo ambito come una competenza ed un valore aggiunto delle professioni che operano in campo sanitario sociale e educativo.

E infine necessario sviluppare sistemi organizzativi, di formazione e promozione in grado di implementare la professione del counselor nella relazione con medici e personale sanitario, tanto in ambito pubblico che in ambito privato.

 

Adriano Andriolli - La politica del counselor

Counselor - Orientatore familiare; Formatore ed Epistemologo Sistemico. Consigliere membro del Consiglio nazionale dell’Associazione Counselor Professionisti.

 

La Deontologia, l’insieme delle regole morali che disciplinano l’esercizio della professione di Counselor, prevede l’esame dell’attività di “Lobby Responsabile”. Nelle Istituzioni locali, regionali, nazionali e sopranazionali sia pubbliche che private la professione di Lobby Responsabile si realizza non a proprio vantaggio privato, ma per utilità e vantaggio di  tutta la società, micro macro sistema, perché il counselor deve cogliere e raccontare i “segnali  deboli” manifestati anche solo da un individuo e che rendono disarmonico un sistema sociale di  qualsiasi dimensione. Tali segnali deboli sono espressioni, scintille di un disagio che, se lasciato senza risposta, può far esplodere o implodere in futuro il sistema sociale stesso. La visione olistica dell’unità del mondo naturale, la concezione immanentistica del sacro, la critica del dualismo cartesiano devono farci sempre ridiscutere il senso di “responsabilità” di ciascuno e dei counselor nella loro professione. Nel sistema società di qualsiasi dimensione, ci sono diversi livelli di governo: uno è quello delle regole civili, democratiche, laiche e condivise in un atto costitutivo; un altro possibile è quello sotterraneo fatto di eccezioni, favoritismi, che possono sfuggire alla conoscenza di tutti i membri del sistema sociale; un altro è quello fittizio dei media, di ciò che si dice e di ciò che si tace o si censura.

Responsabilità dell’attività di Lobby Responsabile è quella di pulire i contesti, la confusione tra questi governi e marcare cosa si attende il Cittadino Cliente.

Il Counselor  deve inserirsi nel processo dinamico basato sulle reazioni degli individui alle reazioni degli altri individui, in un processo circolare, all’interno del quale, trattando con le istituzioni può identificare i limiti di tolleranza del sistema, le modalità di compensazione delle tensioni tra le azioni e reazioni, il livello di esposizione sopportabile da ciascun individuo in quel sistema e quindi in relazione alle istituzioni stesse.

I voti non si contano ma si pesano.

Quindi Counselor e Lobby Responsabile e Aree di ricerca e intervento:

·         La democrazia cresce in taluni paesi e appassisce in altri, come mai? Contro tendenza Antanas  Mockus e la Colombia.

·         Come contrastare le Caste, le Corporazioni e le Dittature oligarchiche in Italia?

·         Diritto e dovere in tutte le strutture della società.

·         Il confine tra utilitarismo e morale, ragione e desiderio in Spinoza.

·         Dimenticare il passato è sbagliato sia dal punto di vista morale che politico, “chi non ricorda il    passato è condannato a riviverlo” G.Santajanna.

 

Carla Pagliari - La deontologia professionale

Counselor, Trainer, Formatore, Giurista e Investigatore Privato si occupa di Deontologia del Counseling ed è Responsabile della sede di PREPOS di Terni, ed è socio dello S.a. PREPOS. Segretario dell’Associazione Counselor Professionisti.

 

Il nome "deontologia" deriva dal greco "deon" che significa "dovere". La deontologia professionale consiste nell'insieme delle regole comportamentali che si riferiscono ad una determinata categoria professionale.

La deontologia professionale è essenzialmente per noi counselor uno stile di vita.

Ogni associazione consorziata alla Libera Università del Counseling ha un proprio codice deontologico. Il codice deontologico caratterizza la professione ed è un punto di riferimento importante per svolgere al meglio l’attività di counselor. La codificazione stimola la formazione di una comune coscienza etica  proponendo indicazioni e direttive nell'adempimento dei propri obblighi professionali.

 “L’Associazione dei counselor professionisti” ha un codice che si caratterizza per il breve articolato, chiaro e diretto e soprattutto perché stimola il professionista counselor ad un comportamento valoriale. Ogni articolo fa riferimento a molteplici valori.

Gli articoli sono otto ed evidenziano la definizione del counseling  e del Counselor, disciplinano i rapporti con i clienti, i Rapporti tra Colleghi, la riservatezza e il segreto professionale nonché l’aspetto sanzionatorio nel caso in cui non fossero osservate le norme deontologiche che sono vincolanti.

Il corretto rispetto del codice deontologico eleva il valore della professione e l’immagine del singolo counselor.

 

Emanuela Mazzoni - Il riconoscimento della professione

Psicologa e Counselor- Trainer, professoressa di Teorie Relazionali dell’Università degli studi di Siena, è Responsabile del Comitato Scientifico della Federazione PREPOS, Consigliere del direttivo UNIPROF (CNA- Assoprofessioni), Presidente della Associazione Counselor Professionisti (ACP). E’ esperta nella relazione delle coppie in attesa di adozione.

 

Regolamentazione e riconoscimento professionale: oggi in Italia la regolamentazione professionale comprende solo le 27 professioni ordinistiche. Per tutte le altre professioni e' possibile rifarsi al codice civile aprendo partita iva presso l'agenzia delle entrate. I professionisti non regolamentati (amministratori di condominio, informatici, tributaristi, counselor, ecc) chiedono allo stato di essere regolamentati. Con questo obiettivo sono stati presentati numerosi disegni di legge presso la camera, dai 2 gruppi che consociano i rappresentati delle professioni: Colap e Uniprof.

In Europa invece molte professioni sono già regolamentate e per questo sono state emesse 2 leggi a carattere europeo, recepite dall'Italia negli ultimi 2 anni: la direttiva Qualifiche ART. 26 d.lgs. 206/2007 e Servizi D. Lgs. n. 59/2010.

La prima è volta all'individuazione degli enti, per l'annotazione nell'elenco delle associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni per le quali non esistono ordini, albi o collegi ed ha lo scopo finale di far incontrare allo stesso tavolo tutte quelle professioni che sono già presenti almeno in un paese europeo e di farle discutere per individuare le caratteristiche minime su cui legiferare.

La seconda vuole incoraggiare i prestatori a garantire, su base volontaria, la qualità dei servizi, facendo certificare o valutare le loro attività da organismi indipendenti o accreditati. A lungo termine, ha lo scopo di favorire la circolazione delle persone tramite la riconoscibilità del professionista e la certificazione di qualità. Per partecipare a questo processo come counselor abbiamo:

·         fatto richiesta al ministero di grazia e giustizia come associazione professionale (vd. Associazione counselor professionisti)

·         iniziato il dialogo con i counselor europei e addirittura americani per individuare i criteri minimi di formazione

·         iniziato il percorso di certificazione di qualità dei professionisti (vd. NBCC e ISO)

Riconoscimenti: di seguito sono elencati i più importanti riconoscimenti che nel corso degli anni sono stati stabiliti tra i counselor e numerosi enti ed associazioni:

·         Protocollo di reciproco riconoscimento;

·         Membri di UNIPROF;

·         Membri del CEPLIS;

·         Board italiano di NBCC;

·         Membri dell'EAC;

·         Convenzione con CNA;

·         Certificazione a norma ISO-UNI;

Lo scopo principale è quello di essere inseriti nella rete di relazione con gli enti e le associazioni che possono essere partner importanti nella costruzione e nella diffusione dell'identità del counselor
professionista.

 

Arianna Garrone - Il lavoro di rete e il counseling sanitario e alimentare

Counselor professionale ed erborista, Responsabile della sede di Torino della Scuola di Counseling PREPOS.

Formatrice all’Università Facoltà di Scienze della Formazione, fondatrice e Presidente dell’Associazione Salute Donna Torino.

 

Con chi creare la rete e con quali strumenti?

L’importanza di creare una rete su vari piani: con i colleghi, i docenti e con le strutture dell’ambiente che ci circonda (medici di base, ospedali, scuole, assistenti sociali, avvocati, circoli culturali, centri benessere.ecc...).

La scelta varia  a seconda del tipo di counseling che l’individuo immagina di voler svolgere (sanitario, scolastico..) e dunque del target  di utenza e bisogno a cui si vuole dare risposta.

Un aspetto importante del counseling in ambiente scolastico o sanitario è anche connesso alla promozione di un coretto stile di vita . Tale stile costituisce la base per la prevenzione primaria di alcune malattie.come certi tipi di tumore (bocca, faringe, esofago, polmone, stomaco, pancreas, cistifellea, fegato, colon, retto, ovaio, utero, prostata, rene, vescica, seno), osteoporosi, arterosclerosi, infarto, demenze senili, diabete, obesità infantile, Parkinson, Alzheimer e altre. Per alcune di queste malattie esistono delle cure, ma, per esempio, per la demenza senile non esiste una cura e l’unica possibilità, per abbassare la percentuale di rischio di sviluppare tali patologie, è adottare un sano stile di vita.

Stile di vita inteso come ricerca di equilibrio tra gli aspetti fisici e psichici dell’individuo a partire du una rinnovata attenzione all’alimentazione, all’attività fisica e al benessere interiore.

L’osservazione dello Stile di vita per abbassare il rischio di certe malattie o di recidive di tumori ha indotto la costruzione di una modalità di counseling di prevenzioni come quello contenuto nei protocolli del Progetto Diana dell’Istituto Tumori di Milano, o del World Cancer Research Fund International (WCRF International).

L’applicabilità di tali protocolli è connessa con la possibilità del counselor di entrare in relazione per la prevenzione con soggetti a rischio e lavorare sui valori della persona per migliorare il suo stile di vita.

Ci sono infatti numerose informazioni da trasmettere al cliente, che ne faccia richiesta, durante il colloquio su problemi sanitari, scolastici, dell’adolescenza, ecc.  Informazioni pratiche supportate da un lavoro sulle motivazioni al cambiamento, la cura e il rispetto verso se stessi e verso l’ambiente. Un ambito rilevante di tali informazioni è quello dell’alimentazione:

1) nelle sue versioni di patologia dei disturbi alimentari individuati non più visti come campo specifico in psicoterapia e psichiatria ma come sintomi del disagio del cliente nella complessità della sua struttura psicologica e relazionale. Spesso l'inefficacia dei trattamenti su anoressia e bulimia dipende dall’incentrarsi su diete o su comportamenti alimentari senza prendere in considerazione il complesso bisogno di cambiamento della vita di tali persone.

 2) nell'ideologia vegetariana come processo spirituale che non si lega agli orientamenti specifici del singolo essere umano nel suo alimentarsi. Esistono bisogni alimentari diversi che potrebbero prendere forma e diventare patrimonio della coscienza dell’individuo se la persona non fosse radicalmente condizionata dalla promozione pubblicitaria pervasiva su un certo target di alimenti.

3) mettere in correlazione gli idealtipi di personalità con i modelli alimentari correggendo o dando indicazioni  a seconda dei bisogni della persona può condurci ad una miglior comprensione della connessione tra malattie e personalità.

 

Lorenzo Barbagli - Progettazione e finanziamenti

Counselor, Trainer, Pedagogista Orientatore e Formatore è esperto di bandistica e progettazione di interventi formativi in ambito F.S.E.  e di Career Counseling. Si occupa di fisiognomica, grafologia, posturologia e semeiotica nel counseling.

 

Il lavoro del counselor è fatto di differenti aree d’esperienza professionale che vanno parimenti sviluppate poiché ognuna di esse può essere cassa di risonanza delle altre:

-         Il lavoro diretto con i clienti privati;

-         Gli interventi individuali e di gruppo a committenza diretta privata, come i progetti intervento o i progetti di formazione presso scuole e aziende ed enti pubblici e privati che pososno spesso essere finanziati anche tramite

-         le progettazioni nel territorio in connessione con le forme esistenti di finanziamento pubblico nelle differenti aree del sociale, dell’istruzione, del mercato del lavoro ecc.

-         La ricerca e lo studio.

Le aree fondamentali dei finanziamenti reperibili presso enti pubblici per lo sviluppo di attività di counseling sono:

-         F.S.E. (Fondo Sociale Europeo), Province e Regioni, bandi e formulari, Agenzie formative ed accreditamenti;

-         Fondazioni;

-         Associazioni e Cooperative Sociali;

Per lo sviluppo di tali attività è anche necessario e indispensabile, oltre alla conoscenza della normativa e dei meccanismi e funzionamenti  della bandistica, anche la costruzione di buoni relazioni con gli enti erogatori. Come fare a costruirne senza rinunciare alla libertà, all’autonomia ed alla logica non-burocratica del counselor?

Come mantenere standard di qualità progettuale e di etica del lavoro in queste dimensioni?

 

Loris Adauto Muner – Counseling in comunità

Counselor clinico e counselor di comunità, ha lavorato per anni in Comunità Terapeutica, specializzandosi sulle dipendenze e sul recupero delle ricadute seguendo i tossicodipendenti e le loro famiglie. E' stato supervisore di una Casa Alloggio per malati di AIDS e è docente-formatore  e Direttore della scuola di Counseling Dia/Logos (Fondato con Mary Saitta, sua compagna di vita e avventura).

 

Il senso e la forma della dipendenza relazionale nella pratica del counselor di comunità.

Lo spirito della comunità ed il lavoro  di Counseling (che ha come focus la ricerca e la costruzione di senso di senso nell’esperienza e nelle azioni umane) e di quello educativo (centrato sulla correzione dei comportamenti): la doppia veste dell’educatore e del counselor.

La dipendenza come forma di ricerca/compensazione/surrogato di spiritualità.

 

Manuela Naccari - Partire dal territorio

Counselor Relazionale e Trainer, Presidente dell’Associazione ONLUS SemprePositivi di Arezzo e responsabile della Sede della scuola di Counseling PREPOS di Arezzo. Docente di “Counseling di strada” e consulente per il Centro Impiego di Arezzo. Consigliere membro del Consiglio nazionale dell’Associazione Counselor Professionisti.

 

·         Il ruolo del counselor nel territorio: il counselor come sensore, facilitatore e promotore della relazionalità nei contesti multiculturali.

·         Le funzioni del counselor nel territorio: la promozione delle risorse; la trasmissione e la diffusione delle competenze socio-relazionali dal counselor alla cittadinanza per l’autonomizzazione della partecipazione sociale.

·         Le risorse del counselor nel territorio: le reti associative territoriali, il contatto con gli enti pubblici e privati, la “tessitura” relazionale con le persone e tra le persone.

 

Francesco Saviano - La privacy e l’accettazione incondizionata

Docente in Counseling, Counseling della ricerca del senso dell’esistenza, Comunicazione Verbale e non Verbale e Comunicazione Etica, Counselor Trainer. Presidente dell’Associazione ALETHES Counseling Relazionale Esistenziale nell’Empatia e nell’Affettività e Direttore didattico del Master in  Counseling Relazionale Esistenziale. Responsabile Tecnico-Scientifico dell’Associazione Counselor Professionisti.

 

Appunti sull’Accettazione Incondizionata

È impossibile pensare e sentire l’accettazione incondizionata verso qualcuno se non ci si accetta prima così come si è. Il come si è non è assolutamente un equilibrio statico e dato, ma l’evoluzione umana, spirituale e professionale di un counselor, attraverso la completa sincerità con se stessi e una possibile verità con gli altri.

I nostri molteplici aspetti, i lati d’ombra e di luce, vanno compresi, metabolizzati, capiti e amati (agape = accogliere). In questo percorso di accettazione di se stessi è molto importante la parte spirituale intesa come senso e significato da poter e voler dare ai propri atteggiamenti, al proprio sentire e al proprio passato. Concentrandosi sempre sul qui e ora e su una speranza frutto di scelte consapevoli e responsabili.

Altre caratteristiche fondamentali dell’accettazione incondizionata da applicare prima a se stessi e poi agli altri sono:

-         La sospensione del giudizio: io counselor  non devo e posso assolutamente permettermi di giudicare comportamenti o ancor più identità. Pur avendo sempre un mio pensiero e una mia opinione e schierandomi sempre dalla parte del buon senso.

-         Il possibile perdono: io counselor mi sono chiesto scusa degli errori fatti verso me e verso gli altri e soprattutto ho preso atto della mia condizione di fallibilità umana, accettandola come naturale e cercando il più possibile di non commettere sempre gli stessi errori.

-         I casi della vita: io counselor so, che pur riconoscendomi come fattore fondamentale l’impegno nel percorso personale e professionale, il fatto che io sono nella posizione di counselor mentre l’altra persona è nella posizione di cliente è solo un fatto fortuito, casuale. Non ho nessun merito speciale od onorificenza acquisita.

-         L’autenticità e la trasparenza: essere autentico per me counselor significa prima di tutto esserlo con me stesso, non negarmi cosa sento, cosa penso e cosa sono. Solo sapendolo posso scegliere come e dove dirigere la mia vita e la mia anima. La trasparenza è soprattutto l’inclinazione a trasmettere, nel rispetto e quando è possibile e fruttuoso per il cliente, i miei stati d’animo o i miei sentimenti. La possibile diffidenza del cliente verso me cade perché egli sa o sente cosa sto provando di fronte a lui il che lo porta ad aprirsi più liberamente; anche io, cadute le barriere tra noi, mi comporterò in modo più corretto ed efficace nell’interazione con lui.

-         Una sorta di sana allegria: prima nei miei confronti e poi verso il cliente cercare di, quando è il caso e con intelligenza emotiva, sdrammatizzare, positivizzare, cercando il lato umoristico dell’aspetto che si sta trattando, anche quando si può attraverso una risata con-divisa. Tenendo ben presente la differenza che c’è tra serietà (sicura caratteristica di un counselor) e la seriosità (atteggiamento falso e conformista).

 

Un counselor sente come propria famiglia l’umanità, ama gli esseri umani nei loro molteplici aspetti in quanto riesce ad accettare i propri molteplici aspetti, tende alla purezza come l’illuminante sentenza di San Paolo ripresa da Manzoni in un noto passo del suo romanzo: “omnia munda mundis” (tutto è puro per i puri). Anche da questo passa l’accettazione incondizionata degli esseri umani e dei clienti.

È chiaramente possibile che vi siano delle somiglianze o incompatibilità tali da non permettere ai counselor di tenere in carico tutti i clienti.

Mi piace concludere con una frase di G. K. Chesterton L’uomo veramente grande è colui che fa sentire grande ogni altro uomo.

 

Appunti sulla Privacy e sul Segreto professionale (fonti varie)

Prima differenziazione importante è quella tra SEGRETO e PRIVACY.

La parola segreto deriva dal latino secerno = separare, indica quindi qualcosa di distinto, separato, a parte. Nel senso etico vuole significare che esistono diverse sfere, una pubblica e una privata e che le relazioni  che si intersecano tra le due sfere dovranno il più possibile tutelare l’integrità di tale separazione..

Il segreto diviene quindi un obbligo etico, deontologico, giuridico che impegna a non rivelare notizie di cui sono venuto a conoscenza per ragioni d’ufficio, professione o arte.

Si distingue un segreto professionale – il soggetto per necessità fornisce dati che altrimenti avrebbe taciuto;

il segreto naturale – l’intimità tra persone determina senza obbligo uno scambio di confidenze.

Fonti di conoscenza del segreto:

dirette: soggetto, documentazione, etc.

indirette: familiari, conoscenti, amici, estranei.

Modalità di apprendimento:

segreto naturale – confidenza, intuizioni

segreto professionale – conoscenza, deduzione.

 

In ogni professione il segreto ha rilevanza sia deontologica che giuridica (è un reato perseguito dal codice penale se viene rivelato senza giusta causa).

Come norma giuridica la rivelazione di segreto professionale è punibile con una pena pecunaria e/o penale a querela dell’offeso, se invece la rivelazione del segreto rientra tra i segreti detti d’ufficio, fa parte dei delitti contro la pubblica amministrazione dello stato e degli enti pubblici, non sarà più quindi a querela di parte ma si procede d’ufficio e la pena sarà in caso di pena e dolo da 6 mesi a 3 anni di reclusione. (citiamo questo a favore dei counselor che per qualche motivo si trovassero a lavorare per o con strutture pubbliche  - carceri, ospedali, scuole guida, università statali, scuole – mentre esercitano la propria professione saranno pubblici ufficiali e pertanto punibili).

Oggetto del segreto: ciò che non è comunemente noto e riguarda la sfera privata della persona.

Reato: se dal fatto deriva nocumento o pericolo anche remoto di danno ingiusto, materiale e o morale.

Come si può rivelare un segreto: Parole, Scritti, Allusioni, Cenni, Gesti.

Inutile ricordare che basta dirlo a una sola persona perché il segreto venga perso.

Vi sono poi condizioni che liberano dal segreto: sono definite giuste cause:

Norme imperative – riferisce per legge all’autorità giudiziaria

-         Notizie di reati diretti all’eversione dell’ordinamento costituzionale

Norme discriminative – viene meno l’antigiuridicità della rivelazione

Norme permissive – escludono la colpevolezza di chi rivela.

Giuste cause:

1-      Consenso dell’avente diritto

2-      Caso fortuito o di forza maggiore

3-      Costringimento fisico

4-      Errore di fatto o altrui inganno in cui sia possibile dimostrare la buona fede

5-      Adempimento di un dovere di legge

6-      Esercizio di un diritto

7-      Difesa legittima

8-      Stato di necessità (es trovarsi a dover chiedere aiuto)

In ogni caso solo alcune professioni possono rifiutarsi di rivelare il segreto:

-         Ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;

-         Gli avvocati, i procuratori legali, i consulenti tecnici e i notai;

-         I medici e i chirurgi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;

-         Gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

 

Il termine PRIVACY pur significando nella traduzione dall’inglese riservatezza, intesa come filosofico diritto alla solitudine, oggi viene utilizzato anche in Italia come tutela dei dati personali.

Per privacy si intende comunemente il diritto della persona di impedire che le informazioni che la riguardano vengano trattate da altri, a meno che il soggetto non abbia volontariamente prestato il proprio consenso.

Il termine privacy, concetto inizialmente riferito alla sfera della vita privata, negli ultimi decenni ha subito un'evoluzione arrivando a indicare il diritto al controllo sui propri dati personali.

La recente diffusione delle nuove tecnologie ha contribuito a un assottigliamento della barriera della privacy, per esempio la tracciabilità dei cellulari o la relativa facilità a reperire gli indirizzi di posta elettronica delle persone.

Oggi, con la nascita del Laboratorio Privacy Sviluppo presso il Garante per la protezione dei dati personali, la privacy viene anche intesa come "sovranità su di sé", in un'accezione del tutto nuova, non più limitata, come in passato, a un diritto alla "non intromissione nella propria sfera privata", ma ponendosi come indiscutibile strumento per la salvaguardia della libera e piena autodeterminazione della persona.

La legge italiana ha elaborato un Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, intitolato Codice in materia di protezione dei dati personali e noto anche come Testo unico sulla privacy.

Ecco alcune definizioni del Codice:

Dato personale: qualunque informazione relativa a persona fisica, giuridica, ente o associazione, identificati o identificabili, anche indirettamente.

Dati identificativi: i dati personali che permettono l’identificazione diretta dell’interessato.

Dati sensibili: dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione ai partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico, sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.

Titolare: la persona fisica, giuridica, pubblica cui competono le decisioni in merito al trattamento di tali dati personali in ordine a finalità, modalità e strumenti utilizzati, compresi i profili di sicurezza di tale trattamento.

Dato anonimo: il dato che in origine, o a seguito di trattamento, non può essere associato a un interessato identificato o identificabile.

Esistono a tal proposito dei protocolli che studi professionali (commercialisti, ecc.) forniscono al fine di tutelare i propri assistiti rispetto al trattamento dei dati sensibili. Spiegano come conservare materiale identificabile, in cassetti chiusi a chiave, come preferire cartelline portadocumenti numerate piuttosto che nominali, come utilizzare la posta elettronica in forma anonima, come utilizzare password a tutela dei dati altrui, ecc. Questi protocolli devono essere attuati sempre quando si lavori in studi o uffici dove vi sia personale altro dal titolare o dal professionista (personale delle pulizie, segretarie, ecc.).

 

Dal Codice deontologico della Associazione dei Counselor Professionisti

Articolo 4 TRASPARENZA E SEGRETO PROFESSIONALE

1. Il counselor è tenuto a mantenere una condotta volta alla trasparenza ed alla verità.

2. Il Counselor prende tutti i provvedimenti necessari ad assicurare che il cliente non subisca danni fisici o psicologici durante la consulenza. Laddove vengano utilizzate tecniche bioenergetiche è fatto assoluto divieto di violare non solo le aree corporee intime come le mucose, ma anche tutte le aree corporee ritenute sensibili dal cliente.

3. Il counselor deve mantenere la riservatezza sui dati sensibili delle prestazioni professionali.

4. Il counselor non è tenuto al segreto professionale nei casi di minori con situazioni di maltrattamento, abuso, istigazione a delinquere, uso di sostanze stupefacenti o psicotrope, sfruttamento, ecc.. In questi casi fa riferimento ai genitori o ai tutori (se non sono essi stessi causa della situazione), o all’autorità preposta.

Articolo 5 RESOCONTI E RELAZIONI

1.      Il counselor non fa resoconti scritti di carattere valutativo, specie se diagnostici ad eccezione di richieste provenienti da parte dell’autorità giudiziaria. Spesso il resoconto scritto cristallizza e definisce una situazione relazionale che il counselor si propone invece di far evolvere.

2.      Se è il caso, fa resoconti, solo in forma narrativa e descrittiva (storie di vita autobiografia) a scopo didattico.

 

 

Sergio Siccardi – Come non perdere il cliente

Counselor Relazionale e Trainer, diplomato presso la Scuola I.B.T.G. di Torino. Ho ampliato la mia formazione con un percorso di Integrazione psico-corporea presso l’ Istituto MAITHUNA Srl Anghiari (Ar). Referente per Cuneo e Provincia della Scuola di Counseling Relazionale Prepos.

 

Nel lavoro di Counseling siamo una possibilità per l’altro di cambiare, di modificare il proprio comportamento, ma nella misura i cui l’altro lo desidera e non in base a quanto noi vogliamo per lui. Per un counselor è ben diverso perdere un cliente rispetto ad altri lavori dove il cliente se ne va in quanto non è soddisfatto del risultato.

Per non perdere il cliente è innanzitutto necessario non avere paura di perderlo. Non vivere questa eventualità come una sconfitta.

Quindi in primo luogo non tentiamo di trattenere il cliente oltre il tempo necessario alla soluzione del suo problema, evitiamo di creare dipendenza, ma cerchiamo di renderlo autonomo costruendo una relazione attivabile in qualunque momento, una presenza su cui poter contare.

Come possiamo non deluderlo e quindi non perderlo?

Lasciando evidente la nostra umanità, con l’esempio coerente, stabilendo un  alleanza forte, costruendo  un contratto chiaro e un obiettivo chiaro, stimolando la curiosità,creando un rapporto di fiducia nel tempo, diventando un mezzo per vedere ciò che non si vede.....

 

Vincenzo Masini - Come avviare la professione

Sociologo, Psicologo, Psicoterapeuta, Counselor, Rettore del Consorzio per la Libera Università del Counseling. E’ Presidente della Commissione Counseling FAIP e di NBCC Italia, Direttore dello Studio Associato PREPOS.

 

Sempre più frequentemente si vedono comparire accanto alla denominazione Counseling etichette che ripropongono l’appartenenza alle tradizionali scuole di pensiero psicologico e psicoterapeutico, compare così il Counseling psicodinamico, il Counseling gestaltico, il Counseling sistemico, quello transpersonale ecc..

E’ assolutamente fuori discussione l’importanza del contributo dato da tali scuole allo sviluppo delle scienze psicologiche e sociali, ma è altrettanto vero che la semplicità del rapporto di aiuto impersonificata dall’agire del counselor non necessita di tali etichettamenti. Essi al massimo possono essere utilizzati per esprimere la personale provenienza da uno specifico contesto culturale di formazione. Altrimenti o sono un inutile vezzo intellettuale, oppure espongono il counseling alle stesse lotte di potere che hanno massacrato psicologia e psicoterapia. Un altro sottile rischio è quello vedere il counseling come una forma (di serie b) di psicoterapia oppure di considerarlo il prodotto tecnico di una delle tante correnti psicologiche (quella umanistico-esistenziale ma non solo) ed incapsularlo in ambito ben definito come strumento di lavoro e come esercizio culturale.

La speranza che invece il counseling rappresenta va ben più lontano:

1)      sancisce l’esistenza del rapporto di aiuto interpersonale più paritario possibile, tanto da essere centrato sulla persona aiutata e non sui metodi o i protocolli di lavoro di chi aiuta.

2)      Determina l’esistenza di un atteggiamento affettivo verso l’altro che, pur incarnandosi in un ruolo professionale in ragione delle attuali contingenze post ideologiche e post religiose, implica una scelta etica a favore dell’essere umano e della sua evoluzione biologica, esistenziale e spirituale.

3)      Implica una forte presa di coscienza da parte del counselor sul significato del suo agire e la conseguente intenzionale volontà di tendere all’ampliamento della coscienza nel cliente. Aumento della affettività interpersonale, ampliamento della coscienza e co-costruzione dinamica del senso del senso della vita sono infatti le tre dimensioni su cui il counseling si cimenta.   

L’aver scelto la dizione Counseling relazionale è un adattamento stilistico ad una necessità di identificazione che sarebbe in sé del tutto superflua. Può infatti il counseling non essere relazionale? il counseling è esplicitamente una risposta alla crisi relazionale, tra le persone, tra i gruppi, nelle istituzioni, nei servizi, nella politica, nell’economia. Il suo obiettivo è mettere, e mantenere, in relazione le persone quasi del tutto indipendentemente dai contenuti veicolati nella comunicazione relazionale medesima. Siamo immersi in giganteschi flussi comunicativi che falliscono gli obiettivi di promozione del benessere, della salute, degli stili di vita, proprio perché una comunicazione priva di relazione è talmente inflazionata da essere inefficace, nonostante le buone intenzioni dei comunicatori.

Un aspetto rilevante, apparentemente paradossale, del mettere in relazione è anche quello del chiudere una relazione: il bisogno di significato e di senso può infatti passare attraverso una chiusura determinata da molteplici motivi. Quando una relazione indice dipendenza, quando non riesce a superarsi evolvendo, quando si invischia in giochi non districabili, quando si trasforma in strutture di potere, quando delude rispetto alle aspettative delle personali proiezioni, quando logora, allora si chiude e richiede una svolta. Ciò accade nelle usuali relazioni interpersonali ma anche nella relazione di aiuto in ragione dell’umanità del counselor. E non è un fallimento.

La chiave di volta del counseling relazionale è il metodo di semplificare la complessità comunicativa. Semplificare è un verbo francescano la cui portata filosofica va ben oltre il concetto luhmanniano di riduzione della complessità, poiché non si tratta di individuare un significato qualunque sul relativistico orizzonte selettivo della complessità, ma di trovare insieme al cliente il senso della relazione medesima. Il concetto fenomenologico di senso non riguarda solo il significato razionale, ma investe un’area epistemologica molto più vasta. Senso è anche direzione (dinamica, obiettivo, scopo, interesse), senso è anche gusto (sapore, impressione, estetica), senso è anche impressione (emozione, coinvolgimento, affettività).

La semplicità relazionale di cui si dota il counselor è in primo luogo pratica e concreta e, per essere tale, deve saper riconoscere la differenza tra essenziale e superfluo. E poi eliminare il superfluo. Quali sono le caratteristiche essenziali nel rapporto di aiuto?

1)      Per stare in relazione con il cliente occorre uno spazio dove si possa costituire, ed essere protetta, la bolla relazionale con lui. Qualunque spazio può andare bene, purché non sia uno spazio qualunque, ma consenta la formazione di una intimità empatica con il cliente, non contaminata dalle proiezioni del cliente o del counselor. Ovviamente lo studio è il luogo di elezione, così come qualunque tipo di foresteria, spazio comune, ambulatorio, aula, purché viga la garanzia di assenza di interruzioni che possono essere pericolose se l’apertura empatica è in atto. Nel momento in cui le difese vengono messe da parte e gli esseri umani si aprono, qualunque imprevista interferenza può produrre danno. Con queste precondizioni è anche possibile svolgere una seduta di counseling seduti sulla panchina di un parco, ma non su una panchina qualunque: deve essere isolata, anche se non troppo, deve consentire una distanza sociale dai passanti mettendoli fuori dalla portata della voce, deve essere talmente anonima da non destare curiosità e deve essere occupata in un modo talmente naturale da essere invisibile. Ciò vale per un’ampia congerie di spazi quali un bosco, un campeggio, un camper, lo scompartimento di un treno, la saletta di un albergo, ecc.. Può anche essere estremamente utile l’abitazione del cliente, perché consente di osservare il suo effettivo modo di vivere. Le esperienze domiciliari delle “tate counselor” hanno mostrato straordinari livelli di efficacia.

2)     La relazione richiede un tempo suddivisibile a sua volta in singole unità di incontro, con la loro specifica durata, ed in periodi (cicli di incontri) di avvicinamento relazionale con il cliente. La durata della singola unità nel counseling è elastica. Solitamente una seduta dura un’ora, per tradizione e convenzione; è però il caso di proporre una modulazione di tale tempo in funzione dei bisogni  personalità, dei suoi copioni e dei suoi problemi più immediata possibile, ricavandola sui modi di esprimersi, dalla sua postura e dalla sua fisiognomica come strumenti pratici di verifica di quanto il counselor ha empatizzato dal suo vissuto e dal racconto della sua storia. Tale comprensione si amplifica nel corso del rapporto, si precisa, o cambia anche radicalmente, a seconda della progressiva emersione di esperienza e di dati di fatto. Ciò può significare che il counselor che ha commesso errori di interpdel cliente. Se siamo giunti a qualche svolta rilevante per il nucleo problematico del cliente siamo chiamati a dedicare a lui molto più tempo. Ciò significa allungare la seduta, ma anche rimanere in contatto telefonico con lui, scambiarsi sms, incontrarlo per un caffé, senza paura di perdere il ruolo o il prestigio, chiaramente facendo attenzione alla privacy e applicando il buon senso. La durata del ciclo di incontri è connessa al raggiungimento di qualche obiettivo, anche minimo, consentendo al cliente la libertà di allontanarsi dalla relazione per poi tornare di nuovo (senza dipendenze) e di poter contare sull’aiuto del counselor ove ne senta il bisogno (senza abbandoni). Con il raggiungimento dell’obiettivo è possibile iniziare un nuovo ciclo di incontri rinegoziando il contratto. La durata del ciclo, la frequenza e l’intensità sono variabili e si influenzano vicendevolmente, tanto da rendere difficile la quantificazione di un ciclo (più o meno tra i cinque e i quindici incontri), la misurazione del tempo (da quaranta giorni a sei mesi), la calendarizzazione dei cicli (uno, due o più in un anno, uno ogni due anni, o dopo cinque anni dal primo ciclo), la persistenza (il cliente potrà dimenticarsi del counselor, ma il counselor non può permettersi di dimenticarsi del cliente, anche dopo anni). La risoluzione del singolo problema da parte del cliente può  inserirsi in un percorso di counseling relazionale in cui ci sia la risoluzione di altri problemi specifici del cliente, considerando come obbiettivo finale la presa di coscienza e la direzione di senso e significato che il cliente vuole seguire.

3)      Il costo della relazione di aiuto può essere misurato in molti modi. Convenzionalmente l’unità di misura è quella delle seduta oraria in modo conforme alle misurazioni correnti del lavoro professionale o salariato. Si possono però esplorare altri metodi di quantificazione: a progetto, a raggiungimento di obiettivo, a gradimento del cliente, sulla base dell’impegno e delle responsabilità assunte. La tariffazione oraria sembra la più oggettiva poiché misura in modo concreto l’attività che il counselor ha esercitato in favore del cliente ed il suo pagamento al termine della seduta consente di lasciar libero il cliente di “non tornare” se non ha gradito l’intervento del counselor. Nel rilasciare la fattura occorre far presente al cliente le componenti della fatturazione (l’iva che il counselor dovrà versare, il contributo all’Inps, l’incidenza ai fini dell’Irpef  della singola fattura). Attraverso il cosiddetto “forfettone” non si è sottoposti nè a IRPEF nè a IRAP nè a IVA, ma solo ad un'imposta sostitutiva del 20% (e ovviamente a INPS) e si è esonerati dagli studi di settore, ove non si superino i 30mila euro l’anno senza poter però detrarre più di 15mila euro di spese in un triennio. Il codice di attività ATECO è 88.99.00: altre attività di assistenza sociale non residenziale nca.

4)      Il metodo di lavoro può attingere alle radici culturali e formative più diverse. Il nucleo della relazione di aiuto è infatti quello di “consentire la relazione di aiuto”. Il solo fatto di dedicare un tempo (un’ora), senza interferenze o interruzioni, alla manifestazione della esistenza di un’altra persona, con necessità di ascolto e di comprensione, è già relazione di aiuto. Il significato della “centratura sul cliente” è molto più ampio di quanto fino ad oggi sia stato analizzato e compreso. La centratura sul cliente implica un riconoscimento della suaretazione deve riaggiustare il tiro oppure che, al di sotto di un primo livello problematico affrontato se ne presentano altri, più o meno sintonici con il precedente oppure opposti e inseriti in una sequenza di atti comportamentali, emozionali o cognitivi che fanno intravedere una struttura molto più complessa. Spesso, in tali casi, è necessaria la collaborazione con altri professionisti ma l’efficacia del lavoro svolto non è messa in discussione: solo la posizione relazionale correttamente assunta dal counselor ha potuto produrre l’apertura degli altri livelli problematici.

5)                 La modulazione relazionale del counselor obbedisce al suo coglimento empatico, verificato.

-              L’infelicità e  la confusione mentale del cliente può trarre giovamento da un ascolto aperto, attivo e tollerante poiché  consente l’emersione dei dolori e dei problemi non risolti. In questo caso la modulazione della relazione, ovvero la posizione in cui si pone il counselor, è quella del consolatore (è quella dell’adesivo o dell’invisibile, nel linguaggio di Prepos). E’ un counselor che si presenta disponibile nella sua attenzione e nella sua comprensione. Parla poco e quando lo fa è confermante; sa attendere la rielaborazione del cliente e la scoperta delle emozioni introiettate che lo hanno reso fragile; tale ascolto è diretto verso un cliente troppo mentalizzato e, per questo, incapace ad ascoltare la verità dei suoi flussi emozionali.

-                     La confusione emozionale con cui il cliente si presenta richiede una modulazione del counselor che assume una posizione attiva e rassicurante capace di spegnere i turbamenti e di tranquillizzare e di esplorare con il cliente le possibili vie di uscita. L’ottimismo e il senso di realtà del counselor sono i suoi principali strumenti di lavoro: comprende ma non si fa prendere dalla angoscia comunicata, individua delle vie di uscita senza minimizzare i problemi, riformula le espressioni del cliente e gli fa sentire che il cambiamento è possibile (sono le posizioni dell’apatico, dello sballone e dell’avaro nel linguaggio di Prepos).

-                     La rassegnazione e la dipendenza dagli altri, con tutti i condizionamenti, gli imbrogli ed i ricatti affettivi ad esse correlati richiedono un counselor in posizione fortemente interpretativa e dinamica. In questo caso il counselor immediatamente investiga sulle relazioni insoddisfacenti che il cliente presenta. Con acume e intelligenza mostra le trappole in cui è caduto, comprende il suo bisogno di affetto e di conferme ma sa anche dimostrargli come può riuscire a vivere senza dover sottostare alle pretese altrui che lo privano di energie e di voglia di vivere. E’ un counselor perspicace che racconta al cliente storie ed esperienze, che si esprime e parla anche di sé. Racconta la vita, sua o di altre persone, che hanno risolto situazioni analoghe per far venire al cliente la voglia di vivere in un altro modo (è ruminante o delirante, nel linguaggio di Prepos).
Il primo nucleo di risposte immediate nasce dall’aver capito il cliente ed aver adattato a lui le competenze relazionali.
Ovviamente ciascun cliente richiede poi l’individuazione di un percorso molto più preciso in vista del raggiungimento di qualche primo obiettivo concreto che confermi la correttezza dell’orientamento intrapreso. In questa successiva attività l’agire del counselor si raffina e diventa di precisa articolandosi diversamente a seconda dei copioni multipli che il cliente presenta. Lo schema della teoria relazionale di Prepos individua come, a fronte di una personalità dipendente, occorra assumere la posizione creativa e liberante del “delirante” e, contemporaneamente, il coinvolgimento emotivo dello “sballone”; a fronte di una struttura rigida, ansiosa e con forti fissazioni oltre al modello coinvolgente dello “sballone” è necessario spegnere e rilassare il cliente (posizione “apatica”); a fronte di una tensione dinamica ed aggressiva (o autoaggressiva) sia necessario oltreché rilassare anche comprendere in profondità (posizione “invisibile”); a fronte di una potente confusione mentale prodotta da cocenti delusioni sia necessario riconoscere la profondità del dolore, capirlo e poi avvolgerlo con affetto dichiarato ed espresso anche nel tono di voce (posizione “adesiva”); tale affettività è necessaria anche di fronte alla potenza dell’angoscia frutto di emozioni non più controllate dal cliente ma deve innescarsi anche un processo di serietà e di responsabilizzazione disciplinata (posizione “avara”); e se il cliente è assolutamente demotivato, se non addirittura passivo aggressivo, il counselor responsabilizza ed incoraggia con toni di voce alti, recitati insieme al cliente, con posture attive e propositive, con simulazione di atteggiamenti determinati per favorire l’espressione della sua carica (posizione “ruminante”); anche il paziente rassegnato va incoraggiato senza però dimentica che, per favorire lo sviluppo della sua autostima, è importante farlo sentire importante ed in grado di capire le complesse argomentazioni di counselor “delirante”.


Un terzo livello di azione, che attiene più ad una psicoterapia strutturata, riguarda l’emersione di copioni patologici multipli nel cliente. E’ il caso dei disturbi di personalità che si presentano come schemi di sequenze tra i precedenti modelli e che hanno bisogno di modelli relazionali e comunicativi sintonici a tale sequenze: a volte interpretativi in profondità (come i modelli analitici, psicodinamici, psicosintetici, cognitivistici, transazionali), a volte dinamici per produrre un cambiamento a livello sintomatico (gestaltici, comportamentatisti, paradossali), a volte emozionali (fenomenologica, umanistici, esistenziali, logoterapeutici). Le tre categorie non sono assolutamente esplicative della complessità dei metodi delle scuole indicate da questa superficiale tassonomia (forse utile per individuare il primo passo delle diverse psicoterapie). Lo scopo dello schema è quello di mostrare che la centratura sul cliente è indispensabile anche in psicoterapia al fine di individuare la posizione da assumere verso quello specifico cliente indipendentemente dai protocolli di azione della scuola di appartenenza. O, forse, per porre la domanda più impertinente? Quale psicoterapia per quel cliente?
 

 

Riflessioni e proposte per la Libera Università del Counseling

 

La Libera Università del Counseling è un passaggio che qualifica ulteriormente il counseling, poiché conduce ad  un confronto con i modelli di Università  legalmente riconosciute.

L’Università del Counseling nella sua accezione di essere “Libera” sottintende, tuttavia, un percorso di riconoscimento ufficiale al pari delle altre Università.

Nell’avvio di tutte le procedure necessarie per tale procedimento mi sembra opportuno dedicare questo tempo a riflettere sulle caratteristiche che dovrebbero distinguere una Università del Counseling da una qualsiasi altra realtà accademica.

Il titolo di studio di accesso sarà il diploma di Scuola Superiore di 2°, come avviene per ogni tipo di Università, ma, allo stesso modo, mi sembra opportuno prevedere un Test per un bilancio di competenze effettuato nel corso dei primi mesi di partecipazione che possa valutare anche le motivazioni personali ad intraprendere il percorso di formazione al Counseling. Il Test non ha  finalità selettive, ma orientative. Anche una università del counseling deve essere un servizio di counseling.

La Metodologia di insegnamento teorico/pratica prevede un ulteriore sviluppo dei laboratori applicativi che costituiscono la base di un bilancio in itinere per valutare la crescita umana, relazionale e professionale dei corsisti.

L’analisi di casi reali con la stesura di report finali costituisce una parte essenziale del percorso. La forma di tali report è però narrativa ovvero non si costituisce come documento di valutazione e, meno che mai, assomiglia ad una cartella clinica. Il modello narrativo si propone come una storia simile ad un appunto di viaggio insieme al cliente.

 

Le Università prevedono che la richiesta della tesi possa essere avanzata generalmente verso la fine dell’ultimo anno di studi. La Libera Università del Counseling può confermare questa prassi o auspicare percorsi diversi in rapporto con la crescita umano/relazionale e professionale del futuro counselor. I criteri valutativi di tale percorso sono gli stessi che, nel counseling, vengono applicati al vissuto del cliente. La formalizzazione ufficiale di tali criteri è quindi particolarmente difficile giacché si fonda sulle competenze dei docenti e sulla loro capacità di comprensione del vissuto del candidtato.

Paradossalmente proprio la richiesta di abbreviare il percorso o di pervenire rapidamente alla acquisizione del titolo è un indicatore della NON maturità del candidato.

L’Università pubblica o privata non si preoccupa se i suoi laureati saranno dei validi professionisti. La Libera Università del Counseling si caratterizza invece con una sfida di qualità poiché si interroga sulla professionalità dei suoi counselor.

Questo esercizio formativo presenta dunque un difficile percorso di formalizzazione poiché qualunque norma dettata a priori costituisce la base giuridica per far valere diritti nei confronti della Università medesima. Il limite intrinseco di questa concezione del diritto è quello di non essere adattabile alle contingenze impreviste caratterizzanti il vissuto soggettivo e relazionale dei candidati. Poiché il Counselor lavora sull’umano deve conoscere e imparare a lavorare sulla sua umanità prima di avviarsi alla professione. La crescita umana non può mai essere prevedibile se non nella direzione di individuare l’orizzonte in cui tale crescita si colloca e non l’obiettivo specifico che sarà raggiunto.

La possibilità di redigere un bilancio di competenze umano/relazionali, oltre che professionali, è il nucleo del processo di certificazione che all’interno della Libera Università del Counseling è stato intrapreso attraverso la ricognizione sulla qualità delle relazioni del counselor, sulla sua competenza nel riconoscere i motivi del disagio relazionale con alcune persone e non con altre, sul suo  equilibrio nella gestione del controllo, dell’impegno, dell’ambizione, dell’emozionalità, del relativismo, del senso del limite, dell’appartenenza.

Inoltre il processo di formazione personale del counselor si esplica nei suoi modelli di difesa, nella gestione dell’emotività, dell’autorità, dell'angoscia, della solitudine, della motivazione, dell’interpretazione, dell’espansione della coscienza e dell’affettività, nella sua capacità di assorbire le tensioni del cliente, saperlo tranquillizzare e rilassare, saper investigare e comprendere e le motivazioni implicite degli eventi, saper sostenere e sapersi raccontare.

Sul piano più strettamente tecnico il counselor deve saper essere efficace nella spiegazione, saper condurre, anche in qualità di formatori, qualsiasi tipo di contesto di aula o di gruppo, saper mettere in relazione persone che non si conoscono, saper gratificare, saper riformulare, saper coordinare in generale gruppi di professionisti, squadre e team (team building, team leading, gestione della leadership).

Oltre allo specifico questionario di autovalutazione certificato ed elaborato per la NBCC Italia possono essere adottati numerosi strumenti di counseling per la valutazione condivisa sul percorso formativo.